venerdì 4 novembre 2011

Da spreco a risorsa

Come fare a non buttare nella spazzatura quintali di prodotti alimentari invenduti?
La scena a cui ho assistito sotto casa l’altra sera ha dell’assurdo. Ma è molto più frequente di quanto si pensi. Su di un furgoncino vengono versati secchi e secchi pieni di carne provenienti dal supermercato sottostante. La destinazione è evidente: diventeranno spazzatura. Stessa sorte per quei sacchi di pane accatastati lì vicino e per quella frutta matura che non si può più vendere. Poco più avanti, davanti alle porte di una chiesa, c’è chi chiede l’elemosina e di fronte alla parrocchia si è aperto un nuovo sportello della Caritas, perché i bisogni di chi non arriva alla famosa quarta settimana, e neanche alla terza, sono in aumento.

Anomalie di un sistema sociale che vive pienamente la crisi e che rischia di finire per abituarci alle cose più assurde, come quelle appena descritte. I dati sono preoccupanti. Secondo Il libro nero dello spreco in Italia (Ed. Ambiente), curato da Last Minute Market, società di ricerca dell’università di Bologna, nel nostro Paese ogni anno finiscono nella spazzatura 12 miliardi di euro, quanto basterebbe per sfamare 636 mila persone. Gli ipermercati buttano via ogni giorno 250 chili di cibo, mentre 20 milioni di tonnellate di cibo ancora buono proveniente dai campi o dalle case finiscono tra i rifiuti. Una tendenza, come è logico, purtroppo, non solo italiana: dal 1974 a oggi lo spreco alimentare nel mondo è aumentato del 50 per cento.

Nel nostro Paese qualche buona proposta per invertire la tendenza non è mancata. Nel 2003 era entrata in vigore la legge detta del buon samaritano che autorizzava le onlus a distribuire gratuitamente prodotti alimentari agli indigenti. Queste, di fatto, possono prelevare da mense, ristoranti, supermercati, cibo ancora buono, ma invenduto, e portarlo a chi ne ha bisogno. A distanza di anni, però, sono stati riscontrati alcuni difetti dell’impianto normativo, ostacoli fiscali e igienico-sanitari, che di fatto impediscono tale azione. Già nei mesi scorsi mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma, aveva lanciato l’idea della bread-card, una carta del pane che autorizzi le persone disagiate a recuperare di persona i prodotti nei forni, nelle pizzerie, nei supermercati e nelle mense del loro quartiere, in un orario prefissato a fine giornata. «Portare quantitativi di pane, pizza, biscotti nei nostri centri non è la soluzione – afferma mons. Feroci –: sarebbero troppi anche per noi e i trasporti troppo costosi e ingombranti. Perché invece di far muovere le merci non facciamo muovere le persone? Attraverso le card si creerebbe una rete di solidarietà allargata a tutta la città: un intero territorio solidale e non solo degli snodi solidali». A Caritas, municipi, comune spetterebbe in questo caso il ruolo di ponte fra chi offre e chi chiede.

Altra proposta: un recente disegno legge bipartisan presentato da 30 senatori di tutti i gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. “Un pasto in famiglia”, questo il suo nome, è finalizzato alla semplificazione degli adempimenti burocratici e fiscali a carico dei soggetti donatori. Un’iniziativa, che, come spiega il primo firmatario, il senatore Luigi Grillo, «mira a liberare le grandi potenzialità delle micro-donazioni a favore delle comunità e delle associazioni, ma anche dei singoli nuclei familiari».

Non si fa fatica a immaginare che il buon senso dei singoli porti, ad esempio, un pizzaiolo a donare al povero vicino quanto gli avanza piuttosto che buttarlo, ma se questo stesso buon senso finisse dentro una legge…

Aurora Nicosia

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