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lunedì 18 maggio 2015

Scarpe da riciclo



 

Anche Roma avvia il riciclo di scarpe da ginnastica per la realizzazione di piste di atletica, ispirandosi a Mennea. Forse fino a qualche anno fa era impensabile che da una scarpa da ginnastica potesse nascere una pista di atletica. Ma ora è tutto vero. In tema di riciclo, anche le scarpe vecchie ed esauste possono contribuire ed essere riutilizzate nella realizzazione di piste di atletica o pavimentazione anticaduta per le aree giochi dei bambini. Il progetto in realtà non è una novità: già da qualche anno in Italia è stata avviata la raccolta delle scarpe da ginnastica per questo tipo di riutilizzo.
Basti ricordare il progetto “Il Giardino di Betty” nel 2013, iniziativa lanciata dalla società Esosport, il primo progetto di riciclo delle scarpe sportive in Italia. Si tratta di un parco giochi la cui pavimentazione antitrauma, con una superficie di 152 metri quadrati, è stata realizzata con le gomme di migliaia di scarpe da ginnastica usate.
Ora anche Roma sposa l’idea, coinvolgendo le scuole. Una grande raccolta permanente delle calzature sportive usate nelle scuole della Capitale, per ridurre l’impatto ambientale e incentivare la cultura del riciclo tra le ragazze e i ragazzi.
L’iniziativa “La pista di Pietro”, ispirata al corridore Pietro Mennea, ha come obiettivo quello di diminuire in città l’accumulo dei rifiuti in discarica e metterli a disposizione per la produzione di piste di atletica e aree giochi a cura di enti privati, associazioni e cittadini. Ha aderito all’iniziativa anche Manuela Olivieri Mennea, moglie del campione olimpico dei 200 metri piani a Mosca 1980 e detentore del primato mondiale per 17 anni. Manuela Olivieri ha infatti donato le scarpe da corsa del corridore: da esse proverrà una piccola porzione di materiale che sarà impiegato per la pavimentazione di ciascuna pista di Pietro. I raccoglitori delle scarpe da ginnastica usate saranno posizionati da aprile in cento istituti della Capitale. Per l’estate appositi “esobox sport” di raccolta saranno presenti anche negli stabilimenti balneari del litorale romano, dove sarà possibile conferire calzature e infradito estive usate.   

Lorenzo Russo

venerdì 14 novembre 2014

Fame zero

La crisi economica ha cambiato in meglio le abitudine delle persone, ma si continua a sprecare cibo. Secondo i dati del programma alimentare mondiale, nella sola Europa si sprecano ogni giorno 650mila tonnellate di cibo. In Cina 38 milioni di tonnellate di cereali, soprattutto riso e grano, vengono buttati ogni anno nella spazzatura nonostante l’11,5 per cento della popolazione soffra ancora la fame. Sono numeri che stridono di fronte agli oltre 800 milioni di persone che nel mondo soffrono per la malnutrizione. Nell’unica famiglia umana il cibo per tutti c’è e per questo è nata una App e un portale Famezero.com, con il sostegno di Caritas Internationalis, che cerca di mettere in contatto donatori, collettori e distributori di cibo non utilizzato. È rivolto a tutti, semplici cittadini, ristoratori, negozianti, associazioni «perché – dicono gli organizzatori – ci scandalizza il fatto di sapere che esiste cibo sufficiente per tutti e che il flagello della fame si aggrava nel mondo a causa della pratica generalizzata dello spreco». La loro proposta è anche culturale. Si oppongono «radicalmente all’economia dell’esclusione e della iniquità» e propongono di «condividere i propri beni con i poveri. Se non lo facciamo li stiamo derubando e privandoli di vivere». Il cardinale Oscar Josè Rodriguez Maradiaga, nel corso della presentazione della nuova iniziativa, ha ricordato che «in questi tempi di crisi si abusa del termine spreco: lotta agli sprechi, tagli agli sprechi, eppure si continua a sprecare». E ha citato il brano evangelico del miracolo dei pani e dei pesci, quando Gesù, viste le ceste avanzate, chiede che tutto venga raccolto «affinché nulla vada sprecato». «La fame non esiste. Esistono persone che soffrono», ha aggiunto perché «il cibo sul pianeta non manca. Ma molto va fatto per eliminare le ingiustizie». La nuova App sarà operativa dall’8 dicembre ed è scaricabile da GooglePlay (Android), dall’Apple Store oppure da sito web Famezero. Per partecipare servono “angeli”, “centri di raccolta” e “donatori”. Gli angeli sono coloro i quali si occuperanno di ritirare il materiale da coloro che donano e lo porteranno ai centri di raccolta che sono identificabili in associazioni di volontariato. Mentre i donatori sono le persone, comuni o enti che desiderano mettere a disposizione della comunità il cibo in avanzo. Sono il motore dell’iniziativa.

giovedì 4 settembre 2014

Un App antisprechi

«Pensare positivo, reiventarsi, evidenziare le cose belle che ci succedono». Sono frasi di Jovanotti che un gruppo di quattro giovani milanesi non può non aver sentito. E loro non si sono fermati davanti alla realtà italiana che parla di 5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà, di un aumento al 46 per cento di bambini impoveriti, di una crescita del 20 per cento di furti dei clienti nei supermercati.
Eppure, nonostante la crisi, sono molte le aree di spreco. Ogni giorno 13 mila quintali di pane risultano invenduti anche se 4 italiani su 10, secondo la Coldiretti, hanno imparato a riciclare il pane. La domanda a cui hanno tentato di rispondere Nicolò Melli, Ornella Pesenti, Gabriella Zefferino e Gianmaria Giardino è stata la seguente: come coniugare la domanda con la potenziale offerta di pane quotidiano? Inventando una piattaforma digitale, una App, chiamata “Breading”, che mette in contatto le panetterie milanesi con le associazioni di volontariato che distribuiscono pasti alle persone in difficoltà.
Il meccanismo è semplice e funziona con un sistema di geolocalizzazione che permette di individuare chi, dove e quanto pane ha in eccedenza. Il panettiere inserisce la quantità di pane invenduto, nella App appare un alert, una segnalazione, e i volontari possono raggiungere i negozi, possibilmente a piedi, per ritirare il cibo.
È un’idea semplice, concreta, facilmente applicabile che ha fatto vincere ai quattro giovani milanesi il primo premio della Start Cup Live 2014, una competizione che favorisce  lo sviluppo di nuove idee d’impresa. Prossimo passo la partecipazione, a ottobre prossimo, al Pioneer Festival di Vienna, tra le più importanti competizioni del settore. È importante sottolineare la gratuità dell’iniziativa: i giovani non hanno mai ricevuto nessun compenso.
Andrea Olivero, Viceministro delle politiche agricole e forestali, li ha ricevuti a Roma e incoraggiati: «Credo sia possibile condividere i risultati anche con il tavolo delle associazioni del Terzo Settore». Intanto da settembre la App è in distribuzione e sarà presentata il 14 ottobre, in occasione della Giornata mondiale del pane. Cosa li aiuta a superare le difficoltà? «Pensare che la nostra idea può aiutare cinque milioni di persone».

venerdì 24 maggio 2013

Gomme riconvertite

Asflati più duraturi e meno rumorosi, delimitatori di corsia, dissuasori di sosta, ma anche campi da calcio, piste di atletica, lampade per la scrivania… sono alcuni esempi di migliaia di prodotti che si possono realizzare con la gomma dei pfu, ovvero gli pneumatici giunti a fine vita. Quando queste gomme non hanno più le caratteristiche idonee alla circolazione su strada, vengono tritate e trasformate in minuscoli granuli (inferiori al millimetro), pronti così per essere trasformati in altri prodotti.
Ecopneus, società senza scopo di lucro e principale responsabile della gestione di raccolta e recupero dei pfu in Italia, promuove la diffusione dei prodotti contenenti gomma riciclata dagli pneumatici. Conta tra i soci, 59 aziende produttrici e importatrici di pneumatici in Italia e dal 2011 è impegnata nella riconversione dei pfu, curandone la raccolta e il recupero. Sul proprio sito web (www.ecopneus.it) è disponibile un catalogo liberamente consultabile, con marca e prezzo. Sono prodotti che trovano moltissime utili applicazioni in settori anche molto diversi tra loro come quello delle infrastrutture viarie, dell’arredo urbano e dello sport. Troviamo ad esempio pannelli per l’isolamento acustico e termico, le pavimentazioni antiscivolo per il bordo piscina, i tappeti antitrauma per le aree gioco dei bambini, ma anche accessori per l’ufficio come le penne, il portapenne da scrivania, le cartelle porta documenti o la lampada da tavolo.
Di recente il ministero dell’Ambiente ha firmato un protocollo d’intesa con Ecopneus, prefettura e comune di Napoli, con l’obiettivo di ripulire l’intera area del comune dove giacciono pneumatici abbandonati. Un’area colpita da roghi tossici di rifiuti, alimentati proprio dai pfu. Un’attività illegale in forte aumento che distrugge uno dei territori più belli d’Italia.
Ecopneus è stata scelta come partner del ministero dell’Ambiente grazie non solo all’efficienza dimostrata nel primo periodo di attività ma anche all’impegno costante nella tutela del territorio italiano, avendo già recuperato circa 20 mila tonnellate di pfu abbandonate illegalmente in alcune aree industriali di Ferrara, Buccino (Sa), Oristano e Olbia nel corso del 2012, e a Poviglio (Re) e Aulla (Ms) nei primi mesi del 2013.





                                                                              Lorenzo Russo




mercoledì 28 novembre 2012

Riciclare i rifiuti per rilanciare l’economia



Un’altra via è possibile: in Europa il ricorso alle discariche e agli inceneritori è stato abbandonato da tempo. La gestione del riciclo si potrà attuare con nuove norme legislative


Dopo Napoli tocca a Roma. Non è affatto un circuito virtuoso perché la strada per smaltire i rifiuti porta dritta all’estero. È una delle conseguenze dell’investire in discariche e inceneritori, invece di cercare possibili vie alternative. Roma ricicla solo il 24 per cento dell’immondizia e da gennaio sarà costretta a esportare rifiuti. Delle quattro mila tonnellate giornaliere di rifiuti prodotti, mille e duecento tonnellate saranno spedite fuori dall’Italia: destinazione da stabilire. Impossibile, per ora, conoscere i costi dell’operazione, in ogni caso, si tratta di parecchi milioni di euro spesi in più piuttosto che smaltirli in casa propria. A Napoli, che manda i rifiuti in tre regioni italiane, costa 150 euro a tonnellata. Per non parlare delle ecomafie e delle 26 milioni di tonnellate di rifiuti che ogni anno sono esportate clandestinamente da tutta Italia verso i mercati orientali.
Eppure il riciclo anche a chilometro zero, dati alla mano, sarebbe la via maestra per smaltire i rifiuti e rilanciare l’economia. A questa conclusione giunge la ricerca presentata al convegno “Plastica e riciclo di materiali: un’altra via è possibile”, promosso da Eurispes e Federazione Green Economy, in collaborazione con il Consorzio PolieCo. Secondo la Commissione europea se i 27 paesi dell’Unione si adeguassero alle normative comunitarie su riutilizzo e riciclaggio si potrebbero risparmiare 72 miliardi di euro l’anno e creare 400 mila posti di lavoro entro il 2020. «I rifiuti sono una risorsa e non vanno visti come un fardello di cui liberarsi ‒ spiega il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara ‒. L’Italia, non attuando una corretta gestione del ciclo, esporta ricchezza. Invia in Cina masse di materiale da riciclo con costi enormi e poi riacquista dalla stessa Cina oggetti prodotti con quello stesso materiale senza alcuna garanzia di qualità. Il riciclo in casa nostra è la via maestra – prosegue Fara – per rilanciare l’economia, prevenire lo spreco di materiali, ridurre il consumo di materie prime e di energia». Al danno finanziario apportato all’intero sistema di raccolta e gestione dei rifiuti in plastica  ‒ spiega la ricerca Eurispes ‒ si aggiungono il danno economico, determinato dalla necessità per i produttori europei di attingere a materie prime vergini, anziché a materie prime seconde, e quello ambientale, originato dal depauperamento delle risorse naturali disponibili. Quello che sembra costituire un certo guadagno momentaneo per il produttore e raccoglitore, conseguito dalla vendita di rifiuti selezionati e, in alcuni casi, riciclati a commercianti e intermediati verso il mercato estero, determina a lungo andare un’implosione dell’industria europea del riciclo.
L’Italia, in Europa, è tra le ultime in classica sulla gestione dei rifiuti, 20esima su 27 Paesi e il problema di fondo è quello di considerare il rifiuto come una risorsa. Occorre, infatti, un cambiamento di mentalità e una rivoluzione culturale a favore dell’ambiente perché il riciclo è il migliore strumento di separazione e recupero dei materiali.
Sono numerosi gli esempi virtuosi e le buone pratiche. In Gran Bretagna sono riusciti a creare delle sinergie industriali riuscendo a far comprendere alle imprese che i loro rifiuti e i loro sottoprodotti possono servire da risorse e materie prime per altre aziende con il vantaggio che la prima risparmierà sullo smaltimento, la seconda sull’approvvigionamento. E anche senza quantificare le ricadute positive sull’ambiente, sul minor impiego di risorse e sui posti di lavoro i vantaggi sono notevoli. Il progetto, ideato da International Synergies, ha, in cinque anni, totalizzato cifre straordinarie: 35 milioni di tonnellate di rifiuti non conferite in discarica; 48 milioni di tonnellate di acqua, 30 milioni tonnellate di CO2 e 49 milioni di tonnellate di materie prime vergini risparmiate; 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi eliminate. Le aziende partecipanti (a oggi 14.000) hanno risparmiato oltre 1.100 miliardi di euro e registrato aumenti delle vendite pari a 1.200 miliardi di euro. Sono stati inoltre creati 22.000 posti di lavoro.
I rifiuti rientrano così nel ciclo produttivo per realizzare nuovi prodotti. È un’economia circolare che senza l’aiuto di norme legislative apposite per passare dalla gestione dei rifiuti alla gestione del riciclo risulta operazione molto complessa.

mercoledì 21 novembre 2012

Riparo, riuso, recupero


Nell’Italia della crisi si va diffondendo la consuetudine di rimettere in circolo gli oggetti, aggiustarli e scambiarsi beni

Diminuiscono i consumi, aumentano le riparazioni, cresce il riutilizzo degli oggetti. Questa, che rientra nella nota filosofia delle “quattro erre” (ridurre, riutilizzare, riciclare e recuperare), potrebbe essere la fotografia delle abitudini degli italiani in tempi di crisi. Se prima un elettrodomestico guasto veniva facilmente sostituito e un capo di abbigliamento con uno strappo era subito rimpiazzato da un nuovo acquisto, oggi le cose sembrano essere cambiate.
Chiedetelo a Giuliano Andreucci, responsabile di Zyp, una catena di negozi che ripara abiti, moltiplicatisi in un batter d’occhio e sempre in grande attività. Complice la mancanza di tempo e anche l’incapacità sempre crescente di fare quei piccoli lavori di sartoria che per le nostre mamme erano all’ordine del giorno, i negozi rosa (dal colore degli infissi che li caratterizza), hanno intercettato sicuramente un bisogno diffuso.
Il ragazzo della bottega sotto casa mi racconta che le richieste riguardano soprattutto il cambio di una cerniera rotta, oppure la riparazione di qualche strappo, ma anche la trasformazione, con qualche piccolo accorgimento, di un capo d’occasione da usare in cerimonie diverse, nonché il rattoppo creativo di un cappotto da usare il più possibile.
La vera novità sembra però venire dal settore degli elettrodomestici, dove il verbo riparare negli ultimi anni ha trovato una sempre più grande accoglienza. Secondo dati dell’Associazione riparatori elettrodomestici di Torino, viene aggiustato infatti il 40 per cento delle lavatrici, il 35 per cento dei ferri da stiro con caldaia, il 30 per cento delle lavastoviglie, il 15 per cento dei frigoriferi, il 10 per cento dei forni a microonde. Non solo quindi gli elettrodomestici di taglia grande e dal costo consistente, ma anche quelli più piccoli e dalla spesa più abbordabile.

In quanto al riutilizzo, certamente abbiamo ancora sotto gli occhi nel mese di settembre le lunghe file ai mercatini del libro usato: sempre di più gli studenti vi fanno ricorso per guadagnarci qualcosa, vendendo quelli non più in uso e per risparmiare sull’acquisto di quelli da utilizzare nell’anno. Ma si diffonde pure l’abitudine a mettere in rete annunci di offerte o richieste di beni non più necessari, o che lo sono solo per un periodo.
Fra le tante iniziative che vanno in questa direzione segnaliamo il “cassonetto Rca - rifiuto con affetto”. Si tratta di un progetto nato dall’iniziativa di Maddalena Vantaggi, designer dell’Università di Venezia, che, con due colleghe, ha creato un cassonetto-vetrina, dove depositare gli oggetti che si vorrebbe dar via perché non ci servono più, ma ai quali siamo affezionati. La filosofia di fondo è che ciò che appare inutile per una persona può diventarlo per un’altra; inoltre, la vetrina spesso diventa luogo di scambio tra oggetti e occasione di incontro tra persone.
Tra gli effetti non di poco conto va sottolineato il fatto di rimettere in circolazione beni ancora in buono stato e allungare il ciclo di vita di un oggetto. A tal proposito torna in mente quanto sostiene Guido Viale, economista, autore del libro La civiltà del riuso (ed. Laterza), che, cioè, anche gli oggetti hanno un’anima. Essi «sono la creatività, la fatica e le attenzioni che hanno contribuito a produrli, e poi la cura di cui sono stati circondati durante la loro vita. Il loro riuso è il modo in cui il consorzio sociale, o amicale, o famigliare, raccoglie e valorizza» tutto ciò.
L’economista parla anche di alcuni ostacoli nella promozione di una cultura del riuso: quelli che si frappongono all’intercettazione di quanto viene dismesso; la mancanza di abilità tecniche necessarie per il recupero e la manutenzione degli oggetti vecchi; ostacoli di tipo amministrativo e fiscale. Ma sostiene anche che una civiltà del riuso non è impossibile da realizzare e conviene a chi cede e a chi acquista, fa diminuire la produzione di rifiuti, stimola la condivisione e la socializzazione e aumenta l’occupazione. In effetti, sono 12 mila gli addetti al settore della vendita al dettaglio di oggetti di seconda mano; e, se il settore crescesse, forse pure il Pil ne risentirebbe meno, anche se non aumenterebbero i consumi. Alla lunga, però, consumare meglio avrebbe benefici duraturi anche sul Pil.

                                                                     Aurora Nicosia

venerdì 23 dicembre 2011

Un albero riciclato

L'albero che vedete è stato realizzato a Kaunas, in Lituania, utilizzando 40 mila bottiglie di plastica riciclate. L'effetto è ottimo, non si inquina, e non si usa un vero albero. Il merito è di Jolanda Smidtienė, un originale artista, che da tre anni si occupa degli addobbi della città e che è riuscita, con un pizzico di ingegno, a sopperire alla crisi economica. L'albero raggiunge i 15 metri di altezza ed è illuminato di verde per restituire le sembianze di un vero abete. Si è trovata così la quadratura del cerchio per far tutti contenti: i cittadini, le casse comunali e la natura.
Buon Natale!

giovedì 15 dicembre 2011

Eco Bazar

Si apre il 16 dicembre la seconda edizione dell’Eco Bazar, il mercatino dedicato al riuso e al riciclo che ospita artisti ed artigiani operanti a Cagliari e nel resto della Sardegna. Per gli artisti, una vetrina per l’esposizione e la diffusione delle proprie creazioni, per il pubblico un’occasione per accostarsi al mondo del riciclo creativo e per acquistare creazioni originali realizzate con le tecniche del riuso, per un Natale sostenibile e all’insegna dell’originalità. Il Bazar sarà aperto dal 16 al 23 dicembre, dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00, con un unico giorno di chiusura il lunedì 19 dicembre.

mercoledì 9 novembre 2011

I Beppini

Dagli scarti della frutta e della verdura nascono 64 creme di una leccornia unica

A volte le grandi idee sono semplici e nascono come risposta a un dolore. In questo caso era, addirittura, angoscia. Quella provata nell’ascoltare una trasmissione tv che sentenziava: «Da qui a pochi anni sulla terra non ci sarà più cibo per tutti».

Siamo nel 1992 e Beppe Porqueddu, (la sua storia potete trovarla sul n. 23/2010 di Città Nuova), osserva per la prima volta con occhi diversi i fichi e i fichi d’India, colorati e abbondanti, che nel giardino dei suoi nonni in Sardegna non riscuotono tanto successo né in famiglia né tra gli amici. La prima idea è, invece, di non lasciare quei frutti incolti, di farne della crema da dessert e del liquore di fico d’India che ancora non viene prodotto industrialmente.

Perché la terra non basta a produrre cibo per tutti – è la domanda di Beppe – «se a pochi metri da casa mia il buon Dio fa crescere tutta questa roba, buona e nutriente, che spesso viene derisa come inutile?». Altra intuizione. D’estate, da ragazzo, Beppe aiuta il padre nei lavori dei campi e così ha modo di conoscere i vari tipi di ortaggi. Gettare pomodori, melanzane, bucce di finocchi e perfino le bucce dell’anguria gli sembra uno spreco. Come farne una risorsa? «Ero attento osservatore – racconta Beppe – delle cose che tutti buttano e chi l’ha detto che non sono buone?». Ormai adulto, e trasferito a Roma per lavoro, il profumo delle parti scartate del finocchio gli fa venire in mente l’idea di un condimento per la pasta.

S’inventa una crema vellutata con olio d’oliva, sale e gli scarti del finocchio: una vera délicatesse. In breve si moltiplicano i vari prodotti. Le creme, dolci e salate e i liquori, per ora, raggiungono quota 64. E nascono dalla carruba, dalle bucce di anguria, di arancia, di pesca, mescolate con frutta, ortaggi, anche in versione piccante, con peperoncino. Tutto rigorosamente biologico, sterilizzato in modo naturale, senza conservanti e additivi di nessun genere. L’intera collezione, dal nome di battesimo del suo ideatore, si chiama “I Beppini: gusti, profumi e sapori dell’orto dei nonni di casa mia”, perché tutto nasce dall’antica cultura contadina che, conoscendo ogni varietà dei frutti della natura, non getta nulla.

“Formaggiando sfizioso” sono, invece, 14 diverse ricette di prodotti da abbinare ai formaggi. Ci sono 12 varianti di fichi, anche al rum.

Per il dessert la serie “Un cioccolatino da mangiare con il cucchiaino”. Un elegante vasetto composto da vari strati di crema dolce di frutta e di verdure alternati a cioccolata e pensato per la festa di san Valentino, per essere mangiato “a due”, con un unico cucchiaino per gli innamorati di ogni età.

venerdì 28 gennaio 2011

Riciclare il pane. Mandate le vostre ricette.


È di pochi mesi fa la notizia che solo a Milano si buttano 180 quintali di pane al giorno. Ma basta pensare alle nostre case e verificare quanto pane e pizza sprechiamo anche noi. C’è chi mangia solo pane fresco, chi compra quantità superiori al consumo, chi non sa più riciclare il pane perché ha perso la memoria di antiche ricette. Se conoscete modi semplici, veloci, adatti ai nostri tempi mordi e fuggi, mandateci le vostre ricette.

Il Capodanno l’ho trascorso a casa di Ornella di Sparanise, in provincia di Caserta, che con timidezza, perché è un piatto povero, ci ha offerto, insieme ad innumerevoli ottime pietanze, del pane secco con le cime di rame. È andato a ruba. Buonissimo. Una ricetta semplice e deliziosa.

La ricetta di Ornella

Ornella, ex maestra ora in pensione, oggi ha 78 anni e così condivide la sua ricetta con noi. Si chiama panorra di rape. Si possono usare o le cime di rape o le rape intere.

Ingredienti per 4 persone:

300 gr di pane raffermo,

cime di rape ricavate da 1 Kg di rape,

olio d’oliva e sale quanto basta,

1 spicchio d’aglio

peperoncino piccante.

Procedimento:

Mondare e lavare le cime di rapa. Portare a bollore una pentola capiente con acqua salata. Lessate le cime di rape fino a cottura. Far soffriggere l’olio di oliva in padella con uno spicchio d’aglio, aggiungere sale, peperoncino piccante secondo i propri gusti, le cime di rape, il pane raffermo in tocchi non troppo piccoli e un po’ d’acqua di cottura delle cime di rape. Mescolate per circa 5 minuti, il tempo affinché il pane diventi morbido e impregnato del sapore delle cime di rape. Mescolate e servite nei piatti.

venerdì 14 gennaio 2011

L'arte del riciclo

Vorrei dare altri piccoli spunti che riguardano l’arte del riciclo in riferimento all’articolo sul riuso apparso su Città Nuova del 10 dicembre.
Per deodorare il frigorifero: i deodoranti in commercio si basano sulle capacità assorbenti del carbone. Si può quindi sostituirli tenendo in frigo un semplice pezzo di carbone di legna, avvolto nella carta velina (ricordatevi di cambiarlo periodicamente).
Per recuperare del burro un po’ irrancidito basta infilarci dentro una carota e lasciarlo lì per 3 o 4 ore . Da non buttare la carta che avvolge il burro: è ottima per imburrare le teglie.
Il pane raffermo lo si può rivitalizzare : lo si avvolge in carta stagnola e lo si pone in forno a 200 gradi per 5 - 10 minuti. Poi bisogna lasciarlo raffreddare prima di svolgerlo.
Per chi ha rose in giardino: non buttate via le bucce di banana, sotterratele piuttosto nei vasi delle rose per fornire loro vari e preziosi nutrimenti.

Erica (provincia di Udine)