Visualizzazione post con etichetta sobrietà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sobrietà. Mostra tutti i post

lunedì 14 marzo 2016

Economia specchio delle virtù e dei vizi






L’economia è uno specchio delle virtù e dei vizi dei popoli, delle comunità, delle famiglie, delle persone. Per conoscere una persona veramente, occorre vederla mentre lavora, o mentre risparmia e consuma. Non conosciamo i nostri amici solo perché facciamo insieme feste e pranzi: non entriamo veramente negli altri se non li vediamo anche muoversi nella loro vita economica, che è uno dei luoghi primari degli esseri umani. Noi ci riveliamo a noi stessi e agli altri nell’amare, nel pregare, ma anche nel lavorare. Ecco perché quando un giovane resta fuori dal mondo del lavoro, non solo perde occasioni preziose per imparare un’attività (che si impara solo lavorando, non a scuola né all’università) e per guadagnarsi da vivere. Lo priviamo anche della possibilità di conoscere i suoi talenti, di scoprire chi è, di essere stimato e di stimare gli altri, di far emergere i suoi limiti e le virtù nascoste anche a lui stesso.
Non capiamo l’economia se non prendiamo sul serio tutti i vizi e tutte le virtù degli uomini, delle imprese, delle istituzioni, della nostra società....(continua)
Luigino Bruni
L'articolo completo sulla rivista Città Nuova di aprile 2016

giovedì 19 febbraio 2015

Diecimila passi



Per uno stile di vita armonioso occorre camminare ogni giorno secondo la filosofia della “spinta dolce”. 
Tra i pochi benefici effetti della crisi economica in corso ormai da anni si notano un cresciuto bisogno di relazioni, che si coglie anche nella comunicazione permanente e globale della Rete, la crescita della solidarietà intergenerazionale all’interno delle famiglie e il mutato approccio ai consumi. Il consumismo non appare più come uno status symbol e un dovere sociale e culturale. La ricerca del benessere personale passa attraverso la ricerca di uno stile di vita più sobrio cercando di armonizzare tutti gli aspetti della vita: lavoro, relazioni sociali, tempo libero, cura della salute, del cibo, dell’abitazione, spazio alla cultura.
Uno degli aspetti più trascurati è sicuramente il riposo. Si dorme poco, male. Un giorno di riposo, una passeggiata, una serata con gli amici possono sembrare, a volte, una perdita di tempo. L’Organizzazione mondiale della sanità consiglia di fare diecimila passi al giorno come garanzia di salute. Cinquemila passi li facciamo senza neanche accorgercene. Per calcolare gli altri basta comprare un contapassi o scaricare gratuitamente una applicazione dal cellulare per avere infinite varietà di dati. Ci sono indicazioni di distanza, velocità, cadenza, battito cardiaco, calorie consumate.
A parte i benefici fisici per problemi metabolici, cardiovascolari, posturali, pressori, allontana il rischio di osteoporosi, di diabete, di ictus e infarto. Ho dovuto provare anch’io e ne ho subito tratto beneficio per la pressione e la prevenzione del diabete. Ma il benessere maggiore è nel senso di rilassamento e nel buon umore che genera creando un circolo virtuoso di non poterne fare a meno: una vera e propria dipendenza positiva. I giorni in cui si cammina sono più felici e sereni.
Anche in questo campo può essere applicata la filosofia dei “piccoli passi” elaborata nel 2008 dall’economista americano Richard Thaler. Per un vero cambiamento è più efficace “una spinta dolce” piuttosto che un’imposizione. Si fa quel che si può e come si può. È una scelta libera, ma ogni giorno si può fare un passo in più, un piccolo miglioramento, graduale, che ci porterà più lontano di un cambio radicale. Inoltre cambiare una sola, piccola abitudine innesca un circolo virtuoso che elimina altre inclinazioni negative. Ogni conversione, insomma, è graduale.

giovedì 24 luglio 2014

Sostiene Ernesto




Io ci sto… a vivere con sobrietà.
Sobrietà è la conseguenza naturale dello spirito di restituzione.
Sobrietà nel mangiare, nel vestire, nel modo di spendere, nel mio tempo libero. Sobrietà è non sprecare nulla, consumare solo il necessario, rispettare la natura. Sobrietà è rifiutare la logica dello sballo e l’uso di qualsiasi droga - anche solo di uno spinello - perché manda in fumo le mie potenzialità, mi rende schiavo e finanzia le mafie.

Sobrietà nel rapporto con gli altri è vivere ogni legame nell’autenticità e rispettando
la libertà dell’altro, non tradire la fiducia di nessuno, non scendere a compromessi per rincorrere il successo personale. Sobrietà, a partire dal linguaggio, è amare la semplicità che non fa sentire nessuno escluso. Sobrietà è sapere che ogni mia scelta è un voto dato all’avidità o alla condivisione.

Ernesto Olivero

giovedì 15 novembre 2012

Ma chi me lo fa fare?


Non c’è da scandalizzarsi se talvolta ci scopriamo a porci la domanda più semplice che ci sia in questi tempi di crisi: ma chi me lo fa fare? Una domanda declinata in diverse forme: ma chi me lo fa fare di pagare tutte le tasse dovute, proprio tutte? di cedere il posto sull’autobus? di non fare copia/incolla per la mia tesina universitaria? di gettare la carta della pizza appena consumata nel cestino e non per terra? di rispettare la fila alla fermata dell’autobus? di andare a votare alle prossime elezioni? di perdere tempo nel fare la raccolta differenziata dell’immondizia? di rispettare il semaforo rosso anche se la circolazione è inesistente? di richiedere lo scontrino fiscale al parrucchiere? di non scaricare l’ultimo film di 007, gratis, da un sito pirata? di non parcheggiare in doppia fila o sulla pista ciclabile, tanto resto solo due minuti? di non far fotocopie in ufficio, anche se mi servono per faccende mie personali? di… di… di…
Ma chi me lo fa fare? La crisi tocca tutti, tranne pochi privilegiati, tutti dobbiamo risparmiare. Aurelio Molè nella rubrica “Vita sobria” e nel libretto Con stile ci suggerisce metodi e trucchi per arrivare a chiudere il mese dignitosamente e lecitamente, addirittura in modo costruttivo per la nostra persona e per la società. Ok, ma alzi la mano chi non ha mai avuto la tentazione di porsi una delle domande che ho appena elencato! Porsi la domanda, tuttavia, non vuol dire cedere alla tentazione. L’importante sta nel rispondersi correttamente. Ciò dipende in primo luogo dalle proprie convinzioni – più sono intime e radicate, più risultano efficaci –, così come dalle leggi e dalle sanzioni che regolano il vivere in società. Il grado di “civiltà” di un popolo può essere misurato anche dalla capacità della gente di rispondere tenendo conto del bene comune (e dei beni comuni).

D’accordo. Ma se nessuno attorno a noi rispetta il bene comune, perché io debbo farlo? «E che sono fesso?», direbbe Totò. Nella convivenza civile la reciprocità è in effetti importante: se vedo che tutti i miei coinquilini fanno la differenziata, anch’io mi sento spinto a farla. Se, al contrario, nessuno la fa, la mia motivazione viene sminuita. I nostri economisti-editorialisti – Bruni, Gui, Pelligra – da tempo nelle loro ricerche hanno approfondito tale tema della reciprocità e della cosiddetta “reciprocità incondizionale”, cioè quella di chi compie un gesto per il bene comune anche se nessun’altro lo fa: continuo cioè a fare la differenziata anche se i coinquilini non la fanno.
Masochismo? No. Identità forte: la mia decisione per il bene comune non ha bisogno della “reciprocità”, mi spinge all’azione positiva anche se sono solo. Ormai coloro che si comportano così vengono chiamati “piccoli eroi”, anche se forse sono solo “onesti”. Sono persone che il più delle volte finiscono con l’essere contagiose: le nostre pagine sono piene di questi esempi. Tuttavia la piena soddisfazione, la “felicità sociale” arriva solo se c’è reciprocità di comportamenti: la piena realizzazione della nostra identità comune avviene solo in questo caso. Forse l’attuale crisi può spingerci a cercare di raggiungere questo obiettivo comune, magari cominciando da soli, da piccoli eroi. E, forse, potremo così uscire dalla crisi (e far anche il nostro interesse personale, alla fine). Altrimenti sprofonderemo in una guerra civile di interessi particolari.
                                                                                            
                                                                                                      Michele Zanzucchi

giovedì 24 novembre 2011

Consuma sobrio

Nell'introduzione alla nuova Guida al consumo critico 2012, scritta da Francesco Gesuladi, tra l'altro si legge:

"L'unico modo per preservare le risorse non rinnovabili o scarsamente rinnovabili è convertirci alla sobrietà, ossia a uno stile di vita, personale e collettivo, più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali...Del resto la sobrietà è un imperativo di giustizia nei confronti dei tre miliardi di poveri assoluti che non riescono a soddisfare nenache i bisogni fondamentali".

E indica alcune strade: prima di ogni acquisto chiedersi se veramente ne abbiamo bisogno, cercare prima l'usato da amici e parenti, tenere la contabilità della propria spesa, rivedere i consumi privati e quelli collettivi.

"Nella vita di tutti i giorni - aggiunge Francesco Gesualdi - la sobrietà passa attraverso piccole scelte come quella di utilizzare meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico, meno carne più legumi, meno prodotti globalizati più prodotti locali, meno merendine confezionate più panini fatti in casa, meno cibi surgelati più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del rubinetto, meno cibi precotti più tempo in cucina, meno recipienti a termine più prodotti alla spina, meno pasti ingrassanti più correttezza alimentare".

E così via, per sapere cosa fare bisogna informarsi e questa è un utilissima Guida.

mercoledì 20 luglio 2011

La sobrietà che ci fa crescere

Il nostro amico Riccardo ci segnala il suo sito "La Goccia" (www.lagocciadisesto.it). L'ho visitato ed ho trovato questo bell'articolo di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, pubblicato il 3 luglio 2011 su La Stampa, che vi propongo anch'io come lettura estiva.

Il P.I.L. misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Può dirci tutto sul nostro Paese, ma non se possiamo essere orgogliosi di esserne cittadini».
Mi viene spontaneo tornare al discorso che Robert Kennedy pronunciò all’Università del Kansas nel marzo 1968 – solo tre mesi prima di essere assassinato – ogni volta che sento parlare di manovre fiscali, crescita economica, sviluppo sostenibile, deficit pubblico… Sì, perché credo che siano argomenti che non riguardano solo politici ed economisti.

Ma argomenti che dovrebbero aprire la riflessione alla qualità della nostra vita quotidiana e della convivenza nella società civile. E tematiche di questo genere dovrebbero essere affrontate con uno sguardo più ampio, non limitato a facili contrapposizioni tra economia di mercato e stato sociale o improbabili alternative secche tra crescita dei consumi e povertà incombente.

In particolare, varrebbe la pena di riscoprire la valenza di uno stile di vita e un atteggiamento nei confronti dei beni materiali e del loro uso che – come ha osservato il cardinale Tettamanzi – è «segno di giustizia prima ancora che di virtù»: la sobrietà. Ben più di un semplice accontentarsi di quanto si ha o della capacità di non sprecare, la sobrietà ha una dimensione interiore, abbraccia un modo di vedere la realtà circostante che discerne i bisogni autentici, evita gli eccessi, sa dare il giusto peso alle cose e alle persone.

Sobrietà a livello personale significa riconoscimento e accettazione del limite, consapevolezza che non tutto ciò che ho la possibilità tecnica o economica di ottenere deve forzatamente entrare in mio possesso: la capacità di rinuncia volontaria a qualcosa in nome di un principio eticamente più alto obbliga a interrogarsi sulla scala di valori in base alla quale giudichiamo le nostre e le altrui azioni.

La moderazione non è la tiepidezza di chi è indifferente a ogni cosa e si crogiola in un preteso «giusto mezzo», ma la forza d’animo di chi sa subordinare alcuni desideri per valorizzarne altri, di chi sa riconoscere il valore di ogni cosa e non solo il suo prezzo, di chi orienta la propria esistenza verso prospettive non ossessionate da un incessante «di più», di chi sa dire con convinzione «non tutto, non subito, non sempre di più!». Sobrietà è la forza interiore di chi sa distogliere lo sguardo dal proprio interesse particolare e allarga il cuore e il respiro a una dimensione più ampia.

La «crisi» che viviamo dal 2008 in realtà era già operante da tempo: chi osservava la situazione ecologica, chi non era cieco di fronte alle crisi alimentari, poteva forse prevedere la crisi finanziaria, quindi monetaria ed economica. Ma chi aveva e ha occhi capaci di discernimento poteva però rilevare una «crisi» ben più profonda, una crisi spirituale, una crisi dell’umanizzazione, un avanzare della barbarie.

Dopo la caduta del muro di Berlino c’è stato un abbaglio, una fiducia smisurata nel mercato che sembrava garantire quello stile di vita consumistico cui ci eravamo abituati da qualche decennio… Ora non si tratta di ritornare indietro, ma di tornare al centro sì, all’asse che permette alla politica di rendere possibile ciò che è giusto, ciò che è doveroso, ciò che è necessario al «ben-essere» autentico, di tornare all’asse su cui economia di mercato e solidarietà, competitività e coesione sociale possono interagire ed essere coerenti con la ricerca della qualità della vita umana e della convivenza sociale.

Solo tenendo conto di queste istanze si può uscire dall’attuale mancanza di visione sull’avvenire ed elaborare e realizzare un progetto di società a dimensione umana, altrimenti si continuerà a inoculare germi di sfiducia soprattutto nelle nuove generazioni, che intuiscono la necessità di non ridurre l’uomo a produttore-consumatore ma che tuttavia percepiscono la loro impotenza.

In questa ricerca, giustizia e solidarietà sono elementi che trovano nella sobrietà stimolo e sostegno. E questo, se era vero in una società rurale e dotata di scarsi mezzi, lo è paradossalmente ancora di più in un mondo e in un’economia globalizzati. Infatti, la sobrietà non è solo misura nei propri comportamenti ma anche consapevolezza del nostro legame profondo e ineliminabile con le generazioni che ci hanno preceduto, con quelle che verranno dopo di noi e con quanti, nostri contemporanei, abitano assieme a noi il pianeta.

Nell’usare dei beni di cui dispongo e nell’ambire ad altri, non posso ignorare la necessità di un’equa distribuzione delle risorse: accaparrarsi beni, sfruttare il pianeta, disinteressarsi delle conseguenze immediate e future del proprio agire significa alimentare ingiustizie che, anche se non si ritorcessero contro chi le compie, sfigurano l’umanità e offendono il creato stesso.

Solo una sobrietà così concepita può tracciare un cammino sicuro per la solidarietà umana o, per usare una terminologia cristiana, per una «comunione universale». E questa solidarietà non è tanto il serrare le file da parte di un gruppo sociale per difendersi da un nemico comune o da un’avversità condivisa, non è solo la reazione spontanea e generosa davanti a una sciagura, ma è – a monte di queste cose – la percezione che nostri sodali nell’avventura umana sono quanti ci hanno preceduto e hanno lavorato e lottato per consegnarci condizioni di vita meno precarie, sono coloro che verranno dopo di noi e ai quali riconsegneremo un patrimonio eroso dallo sfruttamento e sono anche, ben più presenti ai nostri occhi, quanti oggi stesso vicini a noi o lontani, non dispongono di beni essenziali per una vita degna e anzi pagano sulla loro pelle i privilegi di cui noi godiamo e che pretendiamo di accrescere continuamente.

Se non dimenticassimo questa solidarietà generazionale e mondiale, la sobrietà ci apparirebbe allora come l’unico stile di vita capace di restituire, a noi stessi per primi, dignità umana e senso dell’esistenza. In questo senso sobrietà e sviluppo non sono antitetici, se per sviluppo non intendiamo la crescita ininterrotta e l’accumulo incessante ma il pieno dispiegarsi delle potenzialità dell’essere umano, un fiorire delle risorse nascoste in ciascuno di noi che la stessa «decrescita» alimenta con la sua ricerca dell’essenziale. Davvero, la sobrietà ci fornisce gli strumenti per misurare noi stessi e il nostro rapporto con «ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

Enzo Bianchi

venerdì 8 luglio 2011

I dieci comandamenti della sobrietà/ 2


Ho trovato questi due decaloghi sulla sobrietà. Quali principi vi piacciono e quali praticate?

1. Evita l’usa e getta. È la forma di consumo a maggior spreco e a maggiore produzione di rifiuti.

2. Evita l’inutile. Prima di comprare qualsiasi oggetto chiediti se ne hai davvero bisogno o se stai cedendo ai condizionamenti della pubblicità. Alcuni esempi sono l’acqua in bottiglia, il vestiario alla moda, il cellulare all’ultimo grido.

3. Privilegia l’usato. Se hai deciso che hai bisogno di qualcosa non precipitarti a comprarlo nuovo. Prima fai un giro presso amici e parenti per verificare se puoi avere da loro ciò che fa al caso tuo.

4. Consuma libero da scorie. Quando fai la spesa fai attenzione agli imballaggi. Privilegia le confezioni leggere, i contenitori riutilizzabili, i materiali riciclabili.

5. Autoproduci. Producendo da solo yogurt, marmellate, dolci e tutto ciò che puoi, eviti chilometri e imballaggi.

6. Consuma corto e naturale. Comprando locale e biologico eviti chilometri, sostieni l’occupazione e mantieni un ambiente sano.

7. Consuma collettivo. È il modo migliore per permettere a molti di soddisfare i propri bisogni mantenendo al minimo il consumo di risorse e di energia. Oltre all’autobus e al treno, puoi condividere molti altri beni durevoli: auto, bici, aspirapolvere, trapano, lavatrice.

8. Ripara e ricicla. Allungando la vita degli oggetti risparmi risorse e riduci i rifiuti.

9. Abbassa la bolletta energetica. Andando in bicicletta, isolando la casa, investendo in energia rinnovabile, utilizzando elettrodomestici efficienti e gestendoli con intelligenza, riduci il consumo di energia con beneficio per le fonti energetiche e il portafoglio.

10. Recupera i rifiuti. Praticando in maniera corretta la raccolta differenziata permetti ai rifiuti di tornare a vivere in nuovi oggetti.

Decalogo di Francesco Gesualdi

I dieci comandamenti della sobrietà


1.Non avrai altro pianeta al di fuori della Terra.

2. Non pensare invano che la Terra abbia risorse infinite.

3. Ricordati di contemplare la natura.

4. Onora le energie rinnovabili.

5. Non inquinare.

6. Non sprecare.

7. Non cementificare.

8. Non produrre così tanti rifiuti.

9. Differenzia e ricicla i tuoi rifiuti.

10. Non desiderare la potenza altrui, ma sii più sobrio ed efficiente.

Decalogo presentato in occasione di Torino Spiritualità 2010.