lunedì 15 luglio 2013
Auto tarocche
Quanto consuma e, quindi, quanto inquina la mia auto? Sembrerebbe un rebus di facile soluzione, ma non lo è perché le case automobilistiche danno indicazioni fuorvianti, tanto per usare un eufemismo. L’importante, anche in tempi di crisi, è vendere, costruirsi una gabbia di parametri legali con cui leggere i dati dei consumi e le conseguenti emissioni e spacciarle per autentiche. In attesa dell’auto elettrica a zero emissioni e più economica, attorno ai 5 mila euro, che sarà prodotta nel 2014 in Germania, non è nuova, in realtà, la notizia che le case automobilistiche barano per difetto sulle emissioni di Co2. Lo fanno da anni, come prassi consolidata e consuetudine, quasi una norma non scritta del diritto internazionale. Ed anche nel 2013 la tradizione è rispettata. Quindi, crisi o no, l’andazzo sembra più correlato alla natura umana e all’anima dei meglio commercianti. E più la crisi è profonda più salgono gli scarti tra emissioni dichiarate e effettive.
Un rapporto dell’Icct, l’International council on clean transportation, denuncia che «mentre la differenza tra i test in laboratorio e i risultati durante l’uso era sotto il 10 per cento nel 2001, nel 2011 aveva già raggiunto il 25 per cento». Guidano la classifica dei dati taroccati, tra il 25 e il 30 per cento, le marche tedesche: Bmw, Audi, Opel, Mercedes. Seguono a ruota Fiat, Volkswagen, Fiat e Ford, tra il 20 e il 25 per cento, e Renault, Peugeot-Citroen e Toyota con una media attorno al 15 cento. La questione delle emissioni non è marginale, perché la sensibilità dei cittadini europei verso un minor impatto ambientale è cresciuta procurando una maggiore indignazione e insofferenza verso modalità di rilevamento fuori della realtà. Per chi volesse approfondire può leggere l’intero rapporto From laboratory to road.
L’equivoco fondamentale nasce dal fatto che i test sulle emissioni sono fatti in laboratorio. La prima variabile è costituita dal guidatore e dal suo personale stile di guida che non è in ogni modo codificabile. Il dato essenziale è che lo scarto tra dati dichiarati e reali aumenta di anno in anno in ogni tipo di fonte esaminata. È ragionevole pensare che lo stile di guida, negli ultimi 10 anni non sia variato sensibilmente, mentre la discrepanza è dovuta all’uso, nei test, per esempio del dispositivo star/stop. Il 25 per cento del test, che si chiama Nedc, per determinare i consumi nell’uso urbano prevede che l’auto stazioni in sosta col motore “al minimo”. «Ma siccome ‒ spiega il sito greenMe.it ‒ quando la macchina è ferma il motore di un’auto con start/stop è spento, ecco che i valori delle emissioni di CO2 e il consumo rilevati durante il collaudo scendono drasticamente. Certo, lo start/stop è veramente utile a diminuire le emissioni, ma il risultato dei test di omologazione è chiaramente falsato».
Altri fattori che inficiano il test sono l’eccessiva possibilità di variabilità del tipo di procedure e la possibilità di effettuare il Nedc con l’aria condizionata spenta, mentre nella realtà l’uso, negli anni, è molto aumentato e così la relativa emissione di Co2. Il problema è anche economico, perché uno scarto del 25 per cento comporta una spesa maggiore di 300 euro l’anno e maggiori danni all’ambiente. La soluzione prospettata è un nuovo ciclo di omologazione, proposto dalle Nazioni unite, che tutela maggiormente i consumatori, il Wltp, che dovrebbe entrare in vigore nel 2007.
lunedì 24 giugno 2013
Io condivido il cibo
Un nuovo modo per combattere gli sprechi e
aiutare chi ha più bisogno. Quello che colpisce appena si entra nel sito web è
la frase «condividere il cibo è un atto d’amore». Ed è proprio vero, anche se
si pensa che ogni anno in Italia si buttano via 12,3 miliardi di euro di cibo e
più della metà può essere recuperato. Sicuramente nelle dispense delle nostre
cucine ci sono alcuni alimenti che non riusciamo a consumare. E intanto si
avvicina la data di scadenza, ma il suo destino è segnato nel cestino dei
rifiuti. E invece potrebbe essere destinato ad altro, come ad esempio al
“dono”.
Pensiamo alle infinite dispense degli alberghi
italiani, dove spesso non vengono utilizzati tutti gli alimenti a disposizione
e quanti pensionati e famiglie non riescono più ad arrivare a fine mese e hanno
difficoltà nel fare la spesa! L’esperienza della piattaforma web per
condividere il cibo in eccesso è partita in Germania qualche mese fa, dove un
gruppo di persone ha dato vita ad un’associazione per dare un contributo alla
lotta agli sprechi. In sei città tedesche nel dicembre scorso è partita la
piattaforma web dove poter avviare lo scambio gratuito dei cibi in eccesso.
Nella prima settimana di attività lo hanno usato più di 2500 persone.
In Italia invece
quattro giovani catanesi hanno inventato il sito web “I food share”, io
condivido il cibo. Il meccanismo di scambio è molto semplice: una volta che ci
si è registrati, si può inserire la propria offerta alimentare e il sistema
automaticamente la pubblicherà con la città di riferimento dove il prodotto è
disponibile, la sua data di scadenza e i riferimenti del donatore. Chi desidera
richiedere una “cesta alimentare”, non dovrà fare altro che mettersi in
contatto con il donatore attraverso un sistema di messaggistica interna e
concordare le modalità di ritiro. Possono registrarsi tutti: singoli cittadini,
rivenditori, produttori, aziende. Chiunque può essere donatore. Tra i
destinatari si trovano ong, parrocchie, associazioni, ma soprattutto persone
bisognose.
Lorenzo Russo
venerdì 7 giugno 2013
Energia quasi zero
Lombardia all’avanguardia nella
costruzione di edifici a basso impatto ambientale
Riqualificazione energetica degli
edifici, per rilanciare il settore delle costruzioni contro la crisi. In
Lombardia non si scherza. Ma a dare le indicazioni è l’Unione europea che
prevede che entro il 2020 tutti i nuovi edifici dovranno essere a energia “quasi
zero” (data anticipata al 2018 per gli
edifici pubblici). L’obiettivo della Lombardia è quello di anticipare la data
al 2015, sia per gli edifici pubblici che privati. Una meta abbastanza
ambiziosa, ma non impossibile, visto che allo stato attuale la regione ha
raggiunto il record di mille edifici certificati secondo la classe energetica
A+ (che identifica il concetto di Edificio a “Energia quasi zero” introdotto
dalla direttiva europea 2010/31/Ue), mille edifici rilevati dai dati del
catasto energetico edifici regionale (Ceer), sviluppato e gestito da
Finlombarda S.p.A. per conto di Regione Lombardia. Il 90 per cento ha carattere
abitativo e il restante 10 per cento ha destinazione d’uso non residenziale
(cioè uffici e ad attività commerciali e industriali).
Per quanto riguarda la collocazione di
questi edifici, una maggiore concentrazione si evidenzia nelle aree più
popolose: al primo posto la provincia di Milano (25 per cento del totale),
seguita dalla provincia di Brescia (21 per cento del totale) e dalla provincia
di Bergamo (14 per cento del totale). Nonostante l’andamento verso un’alta
prestazione energetica, a prevalere sono purtroppo ancora gli edifici
certificati secondo la classe energetica più bassa, “G”, pari a oltre la metà
del totale degli edifici lombardi certificati (dal 2007 sono oltre un milione).
Finlombarda S.p.A. con il contributo
scientifico del Dipartimento di Scienza e tecnologie dell’ambiente costruito
(Best) del Politecnico di Milano, ha raccolto 29 esempi di edifici energeticamente
virtuosi in cui sono dettagliate le tipologie edilizie e destinazioni d’uso. Da
questa raccolta è nata la Photogallery Cened, consultabile sul portale dedicato
alla certificazione energetica degli edifici (www.cened.it), dove è possibile
accedere a schede dettagliate corredate di foto e descrizioni delle soluzioni
impiantistiche e architettoniche dei vari edifici, selezionabili per provincia,
comune e classe energetica (A+, A e B) di appartenenza.
venerdì 24 maggio 2013
Gomme riconvertite
Asflati più duraturi e meno rumorosi, delimitatori di corsia,
dissuasori di sosta, ma anche campi da calcio, piste di atletica,
lampade per la scrivania… sono alcuni esempi di migliaia di prodotti che
si possono realizzare con la gomma dei pfu, ovvero gli pneumatici
giunti a fine vita. Quando queste gomme non hanno più le caratteristiche
idonee alla circolazione su strada, vengono tritate e trasformate in
minuscoli granuli (inferiori al millimetro), pronti così per essere
trasformati in altri prodotti.Ecopneus, società senza scopo di lucro e principale responsabile della gestione di raccolta e recupero dei pfu in Italia, promuove la diffusione dei prodotti contenenti gomma riciclata dagli pneumatici. Conta tra i soci, 59 aziende produttrici e importatrici di pneumatici in Italia e dal 2011 è impegnata nella riconversione dei pfu, curandone la raccolta e il recupero. Sul proprio sito web (www.ecopneus.it) è disponibile un catalogo liberamente consultabile, con marca e prezzo. Sono prodotti che trovano moltissime utili applicazioni in settori anche molto diversi tra loro come quello delle infrastrutture viarie, dell’arredo urbano e dello sport. Troviamo ad esempio pannelli per l’isolamento acustico e termico, le pavimentazioni antiscivolo per il bordo piscina, i tappeti antitrauma per le aree gioco dei bambini, ma anche accessori per l’ufficio come le penne, il portapenne da scrivania, le cartelle porta documenti o la lampada da tavolo.
Di recente il ministero dell’Ambiente ha firmato un protocollo d’intesa con Ecopneus, prefettura e comune di Napoli, con l’obiettivo di ripulire l’intera area del comune dove giacciono pneumatici abbandonati. Un’area colpita da roghi tossici di rifiuti, alimentati proprio dai pfu. Un’attività illegale in forte aumento che distrugge uno dei territori più belli d’Italia.
Ecopneus è stata scelta come partner del ministero dell’Ambiente grazie non solo all’efficienza dimostrata nel primo periodo di attività ma anche all’impegno costante nella tutela del territorio italiano, avendo già recuperato circa 20 mila tonnellate di pfu abbandonate illegalmente in alcune aree industriali di Ferrara, Buccino (Sa), Oristano e Olbia nel corso del 2012, e a Poviglio (Re) e Aulla (Ms) nei primi mesi del 2013.
Lorenzo Russo
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giovedì 16 maggio 2013
Come misurare il benessere
In un ascensore di New York due vecchi amici, ancora giovani per la verità, s’incontrano e incuranti degli estranei si chiedono due domande fondamentali. «Che ruolo hai nella tua azienda e quanto guadagni?», che in inglese suona: «How much you make?». Stile diretto, veloce, del resto siamo in ascensore, dove l’unità di misura della qualità della vita è il denaro, in questo caso il dollaro. Come per le persone accade con gli Stati, non solo Uniti. L’unico indicatore dello stato di salute di un Paese è il Pil e la felicità fa ancora rima con liquidità. Senza nulla togliere all’importanza del contante e ai parametri economici, oggi è ampiamente avvertita la necessità di valutare il benessere con l’aggiunta di nuovi indicatori perché non tutto è monetizzabile. Per questo motivo il Cnel e l’Istat hanno elaborato il Bes, il benessere equo sostenibile, per monitorare le condizioni economiche, sociali, ambientali in cui viviamo con uno spettro di dimensioni molto più ampie che aspirano a diventare una sorta di “Costituzione statistica” per tracciare la direzione del progresso nella società italiana bilanciato dall’eguaglianza e dalla sostenibilità. Le dodici dimensioni del benessere si articolano analizzando la salute e gli stili di vita della popolazione, l’istruzione e la formazione permanente, il lavoro e la conciliazione dei tempi di vita, il benessere economico, le relazioni sociali, la politica e le istituzioni, la sicurezza, il livello di soddisfazione per la propria vita, il paesaggio e il patrimonio culturale, l’ambiente, la ricerca e l’innovazione, la qualità dei servizi. È dalla combinazione di questi elementi, dall’armonia e l’equilibrio di come sono vissuti a livello personale e collettivo che nasce un nuovo paradigma per misurare le criticità dell’esistente e per segnare un percorso per il futuro. E sono molti gli studi, le proposte e gli indicatori alternativi al Pil che sono stati elaborati in molti Paesi, basti pensare all’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, al Fil (Felicità interna lorda) che si calcola nel piccolo regno asiatico del Bhutan. L’importante è non valutare più la nostra vita e quelli degli Stati solo con il Pil ma con un modello organizzativo che valuti tutti gli aspetti della vita come già descritto nel libro Con stile di Città Nuova. Il benessere passa dalla semplicità e dalla complessità della vita umana.
venerdì 19 aprile 2013
Spesa gratis in cambio di lavoro
In Italia la percentuale di
povertà negli ultimi anni è aumentata e molte persone non sanno proprio come
fare per arrivare a fine mese. Ma contro questo dato sempre più dilagante,
arriva una nuova esperienza all’insegna della solidarietà e del bene comune. A
Modena a maggio aprirà l’Emporio Portobello, dove potranno entrare solo persone
con difficoltà economiche. Circa 450 famiglie, questi i numeri che stimano i
responsabili del Centro per il Volontariato del capoluogo emiliano, che hanno
avviato l’iniziativa in collaborazione con vari enti, tra cui l’assessorato
alle politiche sociali del comune.
«Verranno classificate le
famiglie in base alla condizione economica, alla disoccupazione e al numero dei
figli - afferma Angelo Morselli, presidente del Centro Volontario di Modena - e
a ognuna verrà riconosciuto un punteggio che verrà caricato ogni mese su una
tessera magnetica. Queste famiglie potranno accedere all’emporio e fare la
spesa. La differenza con i normali supermercati e che quando si arriva alla
cassa, i prodotti vengono passati in maniera uguale sul lettore a barre, ma
invece di pagare col bancomat, si utilizzerà la tessera magnetica che scalerà i
punti».
Oltre al
requisito economico, gli ideatori del progetto chiedono altre due cose: la
disponibilità a cambiare il proprio stile di vita facendolo diventare più
responsabile e sostenibile, e la volontà a prestare la propria opera, una volta
a settimana (anche in modalità part-time), per compiere lavori all’interno
della struttura. In questo modo, i clienti, si sentiranno pienamente coinvolti
nel percorso di uscita dalla situazione (economica) di disagio. La partecipazione al progetto avrà una durata massima
per famiglia pari a due anni. Trascorso tale termine, ovvero se durante il
biennio stesso le condizioni economiche del nucleo familiare dovessero
migliorare, il beneficio sarà sospeso per consentire ad un’altra famiglia di
poter essere inclusa nel progetto.
La missione del centro sarà quindi quella di fungere
da valido punto di riferimento per tutti i disoccupati che vorranno prestare la
propria attività lavorativa nel centro, essendo pagati con generi alimentari
per far fronte alle primarie necessità di sussistenza.
Lorenzo Russo
mercoledì 3 aprile 2013
Oggi offro io. Un ricettario contro la crisi

Quante volte abbiamo sentito al bar o al ristorante questa frase: «Oggi offro io!». In tempi di crisi, a dir la verità, sempre meno. È calato drasticamente anche il semplice consumo di caffè al bar, dove a turno si pagava o si poteva arrivare alla cassa e scoprire che la consumazione era già stata saldata da un amico o conoscente. Un atto positivo, ma che non esprime in sé una profondità di relazioni. E oggi, proprio per evitare di pagare un caffè ad altri, al bar si cerca di non entrarci nemmeno. La crisi, però, non è solo economica, ma di relazioni umane sempre più sfilacciate, veloci, liquide. Non occorre molto, non servono soldi, non è una perdita di tempo investire in un saluto ben fatto che denota attenzione gratuita ad una persona fino a poter generare uno scambio di frasi, un condividere il proprio vissuto su: famiglia, lavoro e salute. La noia, l’infelicità, la solitudine della vita deriva dalle povertà relazionali, a partire dai rapporti più ravvicinati. Dedicare tempo alla famiglia, agli amici, a se stessi, agli altri è la cura contro i legami fragili, frettolosi, fugaci. «La felicità di una persona‒ scrive Tibor Scitovsky in Joyless Economy ‒ dipende dalla sua relazione con la felicità dei vicini di casa». La felicità, dunque, si annida nel cuore dei rapporti umani. Lo sa bene la Caritas che con la campagna Oggi offro io vuole trovare attraverso le relazioni umane le giuste soluzioni per aiutare le persone in difficoltà. Solo a Roma ogni anno, in media, si sprecano 42 chili di alimenti a testa per una spesa di 117 euro. Nelle nostre città vive un popolo silenzioso, a volte visibile, più spesso invisibile, di anziani soli, disoccupati, famiglie indebitate, povere e sfiduciate, giovani fragili che cercano un pasto nelle mense e negli empori della Caritas che distribuiscono cibo e occasioni di dialogo. All’indirizzo www.caritasroma.it/2013/03/un-ricettario-contro-gli-sprechi/ si può scaricare un ricettario contenente alcune proposte culinarie curate dal noto chef Paolo Cacciani con tante idee per riutilizzare il pane avanzato. Si va dagli antipasti con i funghi ripieni ai canederli allo speck in brodo, dagli involtini di scarola fino alla torta di pane avanzato. Utilizzare al meglio ciò che si compra è già un modo di investire bene le proprie risorse. Se, poi, si dona quanto risparmiato per i più poveri, vuol dire «impegnarsi ‒ diceva Giovanni Paolo II ‒ per il bene comune, perché tutti siamo responsabili di tutti».
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